Mi occupo di arte pubblica da oltre 35 anni, ed oltre a realizzare opere di streetart canoniche con committenze private e pubblica amministrazione, ad oggi guido un processo in cui sono i ragazzi a creare l’opera e, nel farlo, costruiscono qualcosa che nessun artista esterno avrebbe mai potuto dipingere al posto loro: un senso di appartenenza civica che dura nel tempo.
Il primo metodo di arte partecipata sviluppato in Italia per scuole, enti pubblici e aziende.
È un modo di fare arte pubblica in cui le persone che vivono uno spazio, studenti, cittadini o dipendenti, non sono spettatori dell’opera, ma coautori, perché partecipano all’idea, al progetto e alla realizzazione, e l’opera che nasce appartiene prima di tutto a loro.
L’arte diventa materia viva e unisce storia, cultura, progettazione e lavoro di squadra, e i ragazzi smettono di studiare la città, cominciano a costruirla.
Le persone amano il mondo che contribuiscono a creare, e chi ha dipinto quel muro lo protegge, lo mostra, ci torna, perché lo riconosce come proprio.
Quando una comunità ama ciò che ha costruito insieme, riconosce anche chi ha reso possibile quel processo, e il valore civico generato oggi continua a lavorare per l’ente per anni.
Ho visto troppi murales ignorati, e qualcuno vandalizzato dopo pochi mesi, non perché fossero brutti, ma perché erano stati decisi altrove, scelti da qualcuno, dipinti da qualcun altro, lasciati su un muro che nessuno dei ragazzi di quella scuola, nessuno degli abitanti di quel quartiere, aveva mai sentito suo.
Un murales realizzato da un artista esterno può essere un’opera di qualità, ma quando lo stesso muro nasce dalle idee di chi vive quello spazio diventa un’altra cosa, diventa loro, e quello che è tuo non lo rovini, lo proteggi, lo mostri, ci torni.
La trasformazione vera non succede il giorno dell’inaugurazione, succede prima, in aula, quando una classe capisce che la propria idea sta per diventare un’opera pubblica permanente, e succede dopo, quando quegli stessi ragazzi passano davanti al muro con i genitori e dicono, quel pezzo l’ho dipinto io.
È il valore che ho imparato a costruire in anni di lavoro con scuole, comuni e aziende italiane, ed è quello che oggi metto a disposizione di chi vuole trasformare uno spazio, non solo decorarlo.
La realizzazione del murale non è l’esecuzione di un’opera già decisa, è un’esperienza condivisa in cui i partecipanti diventano autori di ciò che rimarrà sul muro.
La realizzazione del murales diventa una vera e propria esperienza artistica condivisa, risultato di un laboratorio socio culturale partecipato.
Prima di disegnare una linea, voglio capire il contesto. Cosa sta succedendo in quel quartiere, in quella scuola, in quella comunità. Qual è il problema reale che si vuole affrontare: degrado, distanza tra istituzioni e giovani, apatia, conflitto.
Non parto da un’idea artistica. Parto da un’esigenza umana. Insieme all’ente definiamo gli obiettivi e individuiamo lo spazio più significativo. Il muro giusto non è il più grande: è quello che, trasformato, dice qualcosa a chi lo vede ogni giorno.
Entro in classe non come ospite, ma come interlocutore. Racconto la storia della street art, perché è finita nei musei e perché appartiene ancora alle strade. Aiuto i ragazzi a capire che c’è una differenza profonda tra deturpare e trasformare.
Poi inizia la parte più bella: il brainstorming. I ragazzi diventano gli autori del concept. Trasformiamo insieme le loro idee in un progetto realizzabile.
Quello che esce da questa fase non è mai quello che mi aspettavo. Ed è sempre più interessante.
Questo è il momento che i ragazzi aspettano. E quello che li cambia di più. Allestisco il cantiere in sicurezza, fornisco materiali e attrezzature, e poi mi faccio da parte quanto basta perché siano loro a dipingere.
Giorno dopo giorno, il muro si trasforma. E con lui, qualcosa cambia anche in chi lavora, nasce la responsabilità di aver creato qualcosa di pubblico, di visibile, di permanente.
Ho visto ragazzi, che non si riconoscevano nei progetti scolastici, diventare i primi difensori di queste opere.
Un’opera così merita di essere celebrata. Organizzo l’evento inaugurale coinvolgendo istituzioni, famiglie, stampa e cittadini, non come ufficio eventi, ma perché quel momento è parte integrante del processo: è quando la comunità si riconosce nel lavoro fatto.
Curo anche la comunicazione con i media locali: comunicati stampa, materiale fotografico, la storia da raccontare. Perché un progetto ben fatto merita di essere conosciuto.
Non sono un esecutore, sono un semplice co-autore del processo. Il mio contributo non inizia con il pennello in mano. Inizia molto prima, nell’ascolto, nella progettazione, nell’aula con i ragazzi.
Chi ha partecipato alla nascita di un’opera non la vandalizza, la protegge, la sente sua. E questo senso di appartenenza eleva lo status di ogni cittadino coinvolto: non più spettatore del proprio quartiere, ma protagonista attivo della sua trasformazione.
Il valore generato dura nel tempo, e continua a lavorare per l’ente. Un’opera partecipata diventa un landmark civico: i ragazzi la mostrano ai genitori, i genitori la mostrano ai figli, diventa un simbolo di cui una comunità va fiera.
Il consenso verso l’ente che ha voluto il progetto non serve costruirlo, si trasferisce in modo naturale, perché quando le persone amano ciò che hanno costruito insieme riconoscono e apprezzano chi ha reso possibile quel processo.
Mi occupo di tutto, senza appesantire nessunoperché scuole, amministrazioni e aziende hanno già abbastanza da gestire, e questo metodo è pensato per integrarsi nei calendari esistenti, aggiungendo valore e non lavoro.
L’arte pubblica può essere decorazione, oppure può essere uno strumento, e io ho scelto di usarla come strumento, per costruire dialogo, trasmettere responsabilità e lasciare tracce che restano visibili nel tempo.
Ho sviluppato questo metodo in anni di lavoro con scuole, comuni e aziende italiane, sbagliando e imparando, finché non ho capito cosa funziona davvero, e oggi è un percorso collaudato ma mai standardizzato, perché ogni progetto viene pensato per il contesto specifico in cui nasce.
Il primo metodo di arte partecipata sviluppato in Italia per le esigenze reali di scuole, enti pubblici e aziende.
I PCTO sono obbligatori, ma non devono essere inutili.
Questo percorso sviluppa esattamente le competenze trasversali richieste dal Ministero: comunicazione, lavoro di squadra, gestione di un progetto.
Attraverso la realizzazione concreta di un’opera pubblica permanente. È strutturabile su misura per licei (90h), istituti tecnici (150h) e professionali (210h), con tutta la documentazione necessaria per l’Esame di Stato.
Non ore da riempire. Un’opera da inaugurare.
Strutturabile su 90, 150 o 210 ore secondo il tipo di istituto, con documentazione completa per l’Esame di Stato.
Comunicazione, lavoro di squadra e gestione di progetto, non simulate in aula, ma esercitate su un’opera pubblica vera.
Il percorso si adatta al calendario scolastico esistente. Gestisco io la logistica, il cantiere e la comunicazione.
I ragazzi escono dal PCTO con qualcosa di permanente e pubblico da mostrare alla commissione, e ai genitori.
Pensato per integrarsi nei calendari esistenti senza aggiungere oneri organizzativi.
Progettazione
su misura
Incontro preliminare, analisi del contesto, definizione degli obiettivi didattici, sociali e di comunicazione.
Formazione
in aula
Lezioni sulla storia e il valore culturale della street art, workshop creativo con gli studenti per sviluppare il concept.
Bozzetto
partecipato
Trasformazione delle idee emerse dal gruppo in un progetto esecutivo professionale, che unisce la loro visione agli obiettivi dell’ente.
Laboratorio
murale
Allestimento del cantiere in sicurezza, fornitura di materiali e attrezzature, affiancamento giorno per giorno fino alla realizzazione completa dell’opera.
Evento inaugurale (incluso)
Organizzazione della presentazione pubblica con istituzioni, famiglie, stampa e cittadini, perché l’inaugurazione è parte integrante del processo, non un evento accessorio.
Ufficio stampa
(incluso)
Comunicato stampa, materiale fotografico e contatto con i media locali, per dare visibilità reale al progetto e all’ente che lo ha reso possibile.
Seguo un numero limitato di progetti perché questo lavoro funziona solo se posso essere presente davvero, in aula, sul cantiere e all’inaugurazione, e per questo non vado oltre i 4 progetti a semestre.
Non è una scelta gestionale, è una scelta di metodo, e i posti per i prossimi mesi sono attualmente disponibili.
I posti per i prossimi mesi sono attualmente disponibili.
Uno spazio da trasformare, una classe da coinvolgere, un’occasione che non vuoi perdere, valutiamo insieme se e come posso aiutarti.
Oppure scrivimi direttamente a info@cristiansonda.com
Ogni progetto è diverso, e il costo dipende da diversi fattori: dimensioni della parete o media da pitturare, durata del percorso in aula, numero di studenti coinvolti.
Dopo un primo incontro conoscitivo fornisco sempre un preventivo dettagliato. Quello che posso dirti è che è pensato come un investimento con un ritorno concreto, educativo, sociale e di immagine per l’ente.
Il vostro coinvolgimento è fondamentale nella fase iniziale, per definire insieme gli obiettivi.
Dopodiché mi occupo io di tutto, organizzazione, logistica, didattica, comunicazione, tenendovi aggiornati in ogni passaggio senza appesantirvi.
Seguo un numero limitato di progetti perché questo lavoro funziona solo se posso essere presente davvero, in classe, sul cantiere, nell’inaugurazione. Per questo seguo al massimo 4 progetti per semestre.
Non è una scelta gestionale. È una scelta di metodo.
Un artista dipinge. Io guido un processo. La differenza è che al termine del mio lavoro non c’è solo un’opera sul muro: c’è una classe che ha imparato qualcosa, una comunità che si riconosce in quello che ha creato, e un ente che ha una storia concreta da raccontare.
È la prima cosa a cui penso. Utilizzo esclusivamente vernici a base d’acqua, atossiche. Fornisco tutti i dispositivi di protezione individuali.
Il cantiere viene allestito nel rispetto delle normative. I ragazzi lavorano sempre sotto la mia supervisione diretta.
Sì. Il metodo è pensato per adattarsi: scuole primarie, istituti superiori, piccoli comuni, aree urbane complesse. La fase di progettazione serve proprio a capire cosa ha senso in quel contesto specifico.
Un muro non ha bisogno di essere rovinato per mandare un messaggio, a volte è sufficiente che sia anonimo, e un corridoio vuoto dentro una scuola, un cortile senza carattere in un municipio, una facciata aziendale che nessuno guarda più, dicono molto di più di quello che sembrano dire.
Non è una questione estetica, è un segnale, perché quello spazio non racconta niente a chi lo attraversa ogni giorno, non dice chi ci studia, chi ci lavora, chi ci abita, e uno spazio che non racconta niente, nel tempo, smette anche di essere curato.
Ogni anno che passa è un’occasione che non torna, non solo per dare un’identità visiva a un luogo, ma per trasformare un gruppo di studenti, cittadini o dipendenti da persone che attraversano uno spazio a persone che lo abitano davvero.
Chi decide di avviare questo percorso oggi si ritrova, qualche anno dopo, con un luogo vivo, riconosciuto, ricordato, e con una comunità che sa chi ha avuto la visione di farlo succedere.
“I miei personaggi raccontano la quotidianità senza giudicarla, la riflettono, pongono l’accento su quello che spesso non guardiamo, le questioni sociali del presente.”
Nel 2007 arriva il mio primo vero riconoscimento pubblico, con la mostra “Street Art Sweet Art” al museo PAC di Milano curata da Vittorio Sgarbi, a cui seguono negli anni mostre nelle gallerie italiane e nelle principali fiere di arte contemporanea.
Nel 2012 sono tra gli ideatori di Arte Partecipata, un progetto che unisce l’arte pubblica all’educazione, e da allora lavoro per portare la street art a un altro livello di condivisione, un’arte pensata con la città e per la città, realizzata insieme alle istituzioni e ai cittadini, perché il messaggio resti, e non appartenga a un solo autore.